Riccardo Andreoli 2 – il racconto

Riccardo Andreoli: Smarrimenti australiani

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Dramma. Il carosello consegna bagagli si ferma con un “Clanck” rumoroso nella sala ormai vuota. I nostri bagagli non sono arrivati.

Siamo a Perth, Western Australia, alla fine di un viaggio di più di 24 ore, qui fuori ci sta aspettando, ormai impaziente, Steve che ci deve portare fra tre ore, no, ormai due ore e mezzo, all’appuntamento con i nostri amici australiani che stanno perfezionando i LORO bagagli, armi, attrezzature, barche, tende, in attesa solo del nostro arrivo per partire.

Viaggio automobilistico di dimensioni australi, 1300 km sparati verso nord, destinazione Exmouth, anzi, poco prima, Ningaloo Reef, dove la barriera corallina occidentale è a poche centinaia di metri dalla costa.

E TUTTA la nostra attrezzatura è nei bagagli, persi letteralmente da qualche parte nel mondo.

Dramma.

Siamo letteralmente in maniche di camicia. Un maglione per l’aria condizionata dell’aereo e poco più. Non abbiamo una pinna in due, un fucile che sia uno, non parliamo delle mute, accuratamente preparate su misura. Due mesi a preparare bagagli perfetti al grammo per il viaggio australiano ora assolutamente inutili.

L’ufficio Lost & Found non è di aiuto. Non hanno la più pallida idea di dove possano essere i bagagli. Forse ad Orly, nel cambio di volo a Parigi. Forse.

Forse ce li possono spedire al microscopico Learmonth Airport, una sessantina di interminabili chilometri di rosso deserto australiano in mezzo… Quando? Non ne sembrano avere la più pallida idea.

Non abbiamo scelta. Dobbiamo partire. Il tempo sta finendo, se non arriviamo all’appuntamento con la carovana di australiani dovremmo poi anche trovare un modo per raggiungerli. E trovarli poi, che, in mezzo all’outback, al deserto del Nord Asutralia, potrebbe esser tutto fuorché facile.

Ok, eccoci fuori. Una corsa pazza per arrivare in tempo. Troviamo Barry Paxman con il potente fuoristrada stracarico, il carrello con l’imbarcazione se possibile ancora più carico già attaccato, il motore acceso.

Poche parole di spiegazione, saltiamo dentro, avremo diverse ore per chiarire i nostri problemi.

Ricordo che Francesco detto Checco aveva tentato una gentile conversazione con Barry alla guida ma io credo d’esser semplicemente collassato e d’aver dormito per almeno dodici ore. Poche pause per fare benzina, nei distributori a distanze assurde gli uni dagli altri, caffè gratis di notte, pipì negli incredibilmente lindi bagni in mezzo alla notte nel deserto.

Ultimo rifornimento, ultima tappa nella “civiltà”, Coral Bay, venti case venti. Partiamo in una nuvola di polvere rossa prima su sterrato, poi sgonfiamo gli pneumatici e ci avventuriamo tra le dune. No, avventuriamo è una parola che sa di prudenza, di cautela. Non ha nulla della cautela il modo con cui guidano gli australiani, e Barry in particolare, tra gigantesche dune di sabbia, senza traccia alcuna, con il carrello con sopra l’imbarcazione che rimbalzerebbe qui e lì se appena fosse meno pesante.

È il secondo anno che veniamo e i posti, quando arriviamo nel retroduna, sono quelli ben ricordati dell’anno scorso. In quell’avvallamento ho sepolto un paio di vecchi guanti da sub (non butto mai nulla della mia attrezzatura in mare, nemmeno dei biodegradabilissimi guanti stracciati di cotone; scaramanzia, credo: nulla di me a perdersi sott’acqua…), lì accendevamo il fuoco. E qui avevamo piantato, e piantiamo anche ora, la tenda.

campeggio

Il giorno dopo comincia la caccia alle attrezzature. Certo, chiunque vada per un lungo periodo di tempo in una zona lontana dai negozi porterà con sé almeno qualche attrezzatura di ricambio, usata ma ancora usabile. Il problema però ora è riuscire a completare dueattrezzature complete, ragionevolmente utilizzabili.

E, signori miei, non avete idea di quanto sia striminzito il concetto di “ancora usabile” nelle menti australiane, ben meno viziate delle nostre da novità e negozi.

Le mute, quando gentilmente ci sciorinano davanti i loro ricambi, sono cartone puro, duro, tutte obbligatoriamente con fodera esterna per non farsele mangiare dai coralli, i colori slavati da anni di sole australe. Sui pantaloni, il segno della giacca che ne copre e protegge una parte sembra sia un inserto di altro neoprene. Sulle spalle le screpolature sono talmente profonde che solo la fodera tiene insieme i pezzi, il neoprene in sé è completamente andato. Siamo in inverno, è vero, ma per fortuna inverno tropicale, abbiamo passato ieri da relativamente pochi chilometri il Tropico del Capricorno, un segno sulla strada e un gran cartello a fianco.

Le misure sono più preoccupanti. Nessuno dei due è esattamente un gigante e tutte le mute ci ballano addosso. La protezione termica sarà alquanto approssimativa. Io non trovo dei pantaloni per cui mi accontento di quelli di una tuta in cotone prestata da qualcuno. Sono convinto che oltre a quella termica sia anche importante la protezione da coralli, meduse e sole… consoliamoci.

Boccagli e maschere, per fortuna pochi problemi anche se i cinghioli sono cotti dal sole e Checco deve annodarne uno per riparare in qualche modo uno strappo quasi completo.

Cinture di zavorra in abbondanza, tutte marsigliesi, con le fibbie cui non siamo abituati ma visto quello che passa per “mute” che abbiamo addosso, di chili, tutti rigorosamente bitorzoluti dalla fusione casalinga, ne servono per fortuna pochi.

Problema pinne. Grosso problema.

Ora, dovete immaginarvi la scena. Una radura nel deserto, invasa da tende, con massicci fuoristrada parcheggiati qui e lì, tutti in assurde posizioni in salita perché i pochi posti orizzontali devono essere occupati dalle tende. Qualche fuoco acceso per il morning tea. A far da quinta una serie di alte dune coperte da sparsa vegetazione. Dall’altra parte l’Oceano australiano che aspetta, impaziente. A colonna sonora il vento che sibila tra le erbe sottili e il rombo delle onde che si schiantano sul reef a poche centinaia di metri dalla spiaggia.

Noi, vestiti come pagliacci di pezzi prestati e multicolori, le maschere sul viso ad appannarsi, i boccagli per traverso a far un po’ di scena, gli australiani, intabarrati nel freddo mattutino, piegati in due dal ridere tutti intorno, un mucchio di pinne di ogni foggia, colore, rigidezza e stato di conservazione steso davanti a noi che, seduti per terra, tentiamo di trovare in questo improbabile mucchio la scarpetta di Cenerentola della pinna perfetta. O almeno usabile.

Le pinne più accettabili, nel mio caso, sono di gran lunga troppo larghe, per cui devo usare un paio di calze, le uniche che avevo ai piedi nel viaggio aereo, più un paio di calzettoni prestati da Lee Paxman, allora adolescente figlio minore di Barry.

E devo stare attento a come le uso perché a movimenti troppo energici si sfilano dal tallone…

Mancano ancora i fucili. E qui paradossalmente i problemi non sono tanto delle attrezzature ma degli utilizzatori: noi.

Tutti qui hanno i Paxman, fucili costruiti nella attrezzatissima officina casalinga di Barry. Ha cominciato a costruirli il padre, Frank, lui ha continuato la tradizione e ormai in Western Australia hanno una buona distribuzione e un’ottima fama di fucili affidabili, resistenti ed efficaci. Il problema è che sono dei mostri da quasi due metri, con asta da due metri per un centimetro di spessore, un singolo elastico da venti, ed oltre se il proprietario si sente particolarmente gagliardo.

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E qui sorgono i problemi. Noi non riusciamo nemmeno, in terraferma, ad afferrare l’elastico che penzola lassù, nerboruto.

Ci assicurano che è questione di tecnica ma ci scambiamo sguardi preoccupati. Dovremo inseguire qualcuno con l’elastico penzoloni per dirgli: “Me lo carichi, please?” Ignominia e mortificazione…

Mezz’ora dopo, con le nostre attrezzature raccogliticce, siamo in oceano. La barca con noi a bordo si ferma vicino al Black Rock Passage. Appena fuori della Pass un gruppetto di rocce, nere appunto, taglienti, spunta fuori dall’acqua e guerreggia eternamente con lo swell oceanico che le ricopre a tratti furioso.

In acqua, con la maschera grande che fa filtrare acqua appena entro, i pantaloni “strani” che fanno freddo e si muovono quando pinneggio, il fucile ad ingombrare, gigante, all’epoca ero ancora un appassionato di, corti, oleopneumatici.

Non ho nemmeno il tempo di chiedere che già Barry mi toglie il fucile di mano, afferra l’elastico, con un gesto che imparerò bene anni dopo lo tende, e insieme incastra il calcio sull’anca. Con uno sforzo potente tira l’elastico e, voilà, il fucile è carico. Un rapido cambio di posizione delle mani e la seconda tacca è raggiunta.

Dovete pensare che all’epoca, da bravo subacqueo italiano, gli arbalete li consideravo fucili da saraghi e denticiotti. Veloci sì, precisi senza dubbio, ma in quanto a potenza, no, non c’eravamo. Non ancora.

Ora, certo, la faccenda è radicalmente cambiata. Il mio adorato Tuna Gun mi ha stravolto la vita, gli arbalete potenti e multileastico in carbonio hanno sradicato queste antiche realtà e, ora, non avrei problemi a gestire quegli enormi Paxman. Ma all’epoca…

Sul polso, pesantissimi. Bisogna sistemarli ben bene con l’arpione verso il basso prima di partire con la capovolta altrimenti vien fuori una schifezza, roteata, storta, il fucile a far da alettone.

Siamo qui per fare pesce da burley, l’interpretazione australiana della pasturazione. Invece di ricorrere a sarde pescate chissàquando con le reti da chissachi, ogni pescatore va prendersi in proprio quattro o cinque pesciotti, possibilmente carangidi, che serviranno, freschissimi a far da richiamo poi per i pesci “seri”.

Le leggi australiane, rigorosissime, hanno limiti ben superiori ai nostri striminziti cinque chili. In più noi eravamo anche in una zona parco, dove i limiti per la pesca in apnea erano anche più rigidi rispetto alle zone “normali”.

Tuttavia ciascuno aveva diritto a diversi pesci, chilaggio non specificato. Altra filosofia, altra soddisfazione. Il parco proibiva poi qualunque tipo di pesce di fondo. Zero problemi, non eravamo comunque interessati…

Presto fatto, nelle ricchissime acque australiane un banco di carangidi dorati presto ci circonda, rotea intorno ad ogni subacqueo. Io e Checco siamo vicini, al centro di strambe figure ad otto tridimensionale, fluide, alte tre subacquei e profonde cinque o sei pesci. Dopo pochi secondi, passati i titubanti pesci conduttori, il banco taglia la curva, passa ad un palmo dai fucili, l’occhio che appena rotea a vederci galleggiare. Impossibile sbagliare la mira, nemmeno con questi mostri.

È tempo di tirare il grilletto. Quasi contemporaneamente i supposti silenziosi fucili ad elastico fanno partire due cannonate, pesanti sul polso ben più degli oleopenumatici. I pesci si agitano in un turbine di forme che schizzano qui e lì, ora forsennate. Dallo sfondo sale un paio di squali interessati, ma presto i carangidi sono in mano nostra e desistono, tornano sullo sfondo. Torniamo alla barca e agganciamo per le branchie i pesci alla catena sotto lo boa di pesante polistirolo ammaccato.

Ora è tempo di ricaricare. Mi separo da Checco, un gran respiro, incastro il fucile sull’anca come aveva fatto Barry, lancio il braccio il più in alto possibile… niente da fare, le dita brancolano, non riescono ad afferrare l’elastico. Mann…

Poi realizzo che Barry è più alto di me e che ha un’apertura alare ben superiore.

OK. PRIMA afferro l’elastico, poi lo allungo e riesco con uno sforzo ad incastrare il calcio sull’anca. Un gran tirone e riesco ad afferrare l’elastico con l’altra mano. Non sono di certo fluido come Barry che sembrava avesse fatto tutto con un unico movimento ma fin qua bene. Ora viene il bello… Sono in superficie, la corrente mi ha un po’ spostato dagli altri, non vedo come se la sta cavando Checco, che è alto come me anche se insiste d’esserlo di più. Un “legno” agitato in superficie una ventina di metri da me non fa presagire facili soluzioni nemmeno per lui.

Devo sbrigarmi, il calcio sta facendo penetrare un piombo nel fegato. Un tirone, cercando di usare anche i muscoli della schiena. Grrrrrr… arrivo ad un dito dall’agganciare l’elastico sulla pinnetta, sto tremando, non ce la faccio, non ce la faccio, mannaggia agli australiani, alle compagnie aeree, e alle mie braccia troppo corte … Sì, ce l’ho fatta, ho piegato nell’ultimo momento di disperazione il corpo a palla, usando forse anche i muscoli delle gambe, e certamente, inutilmente, anche quelli del collo e degli alluci, ma l’elasticone è ora agganciato.

Fisso con dubbio il fucile. Mi azzardo alla seconda tacca…?

Intanto mi riposo, in qualche modo il fucile, anche se non carichissimo, è in grado di sparare. Mi riavvicino al gruppo dei subacquei prima dell’ultimo sforzo… se deciderò di farlo. Una risoluzione improvvisa, cambio posizione delle mani, avevo guardato bene davvero Barry, il fucile contro il petto, comincio a tirare, fa male da morire. Così non va. Lo piazzo sugli addominali, va infinitamente meglio, un tirone di colpo, l’elastico si stacca dalla pinnetta e va ad agganciarsi, quando già tremo, alla seconda. Mi racconto una bugia, e mi dico che, dopotutto, non è stato così difficile, dai! Però so che sparerò con estrema attenzione, ed esclusivamente a ragion veduta, per non dover ri-caricare ancora ‘sto mostro.

Checco, mannaggia, ha anche lui il fucile carico, all’ultima tacca. Fa però un inequivocabile mediterreneissimo segno con la mano quando incrociamo gli sguardi: “Mamma. Dura!”. Assentisco mimando un fiatone, non poi molto lontano dalla realtà.

Mentre gli altri continuano a fucilare carangidi a mezz’acqua per la pescata “seria” che si svolgerà tra poco ci avviciniamo alle rocce. Siamo entrambi curiosi di vedere cosa si nasconde intorno a questa “boa” naturale all’entrata della pass per la laguna.

La corrente è forte ma, con un po’ d’attenzione alle pinne che si sfilano se la pinneggiata è troppo energica, riesco ad avvicinarmi. Il fondale è sabbia pulita, i ripple marks, le ondulazioni prodotte dalle onde, sono irregolari, profonde un palmo. Pezzi di corallo morto strappato da chissà quali tempeste giacciono semisepolti qui e lì. Uno squalo chiarissimo vagola quasi senza lasciare ombra sul fondale, la pinna caudale che non solleva nemmeno uno sbuffo di sabbia.

La barriera di corallo è multicolore ma il cielo grigio di nuvole strappate le vira quasi al monocromatismo. In alto, quasi in mezzo alla schiuma, due massicci Giant Trevally (Caranx ignobilis) si inseguono. È il turno di Checco che si immerge, striscia rasofondo, il fucile che tenta di impuntarsi sulla sabbia tanto lungo è, si nasconde dietro ad un blocco più massiccio degli altri, con due mani solleva il cannone, dall’alto vedo il ginocchio che striscia sulla sabbia allo sforzo, mira brevemente, spara. Preso. E subito l’inferno! L’asta pesante non l’ha passato, complice probabilmente il tiro quasi perfettamente dal basso in l’alto e il pesce preso dalla pancia verso il dorso. Si scaraventa verso il basso, arriva quasi sulla sabbia all’altezza di Checco, mi immergo in fretta, forse riesco ad aiutarlo. Il fucile mi si rigira intorno al polso, si piega troppo e la capovolta minaccia di trasformarsi in un giro completo, ma riesco a raddrizzarla all’ultimo momento.

Quando sono più o meno immerso e in rotta verso il basso mi guardo intorno di nuovo e il carangide non c’è più. Cioè, non è più sul fondo. Checco è ora quasi in superficie, il mulinello che frulla, lo spesso sagolino bianco che serpeggia nell’acqua, la frusta, si annoda quando il bestione impazzito carica cambiando di colpo la direzione. Una furia scatenata, una locomotiva con le pinne. Checco resta attaccato al fucile, tenta di recuperare sagola. Niente da fare. Il trevally va dove decide di andare.

E decide ora di andare dall’altra parte delle rocce. Si ficca a tutta velocità in uno spacco tra i blocchi neri di corallo, in mezzo all’ennesima esplosione di schiuma dell’onda oceanica che irrompe lì in mezzo. Checco resta caparbiamente attaccato alla sagola, tira, tira disperatamente. Ma la sua massa, anche se è il triplo di quella del carangide, sembra fare poco effetto. Viene trascinato in avanti, strattonato di colpo ad una accelerazione, risucchiato anche lui verso la fessura ribollente, ora bianca di schiuma in riflusso. Con un ultimo disperato sforzo dà una strappata selvaggia, vedo le braccia che si tendono tutte nello sforzo, mentre tenta di pinneggiare indietro a tutta forza. Per un momento la situazione è in stallo, la coda del trevally, l’unica cosa che ancora si intravede di lui lassù nello spacco, che frulla senza che si sposti, Checco con le gambe che mulinano. In questo momento, in superficie, sento il gran respiro dell’oceano che segnala l’arrivo di una grande onda, la depressione prima del montare della montagna, che già ora si sta precipitando dall’orizzonte contro di noi. È un cambiamento a favore del pesce, è quella spinta in più, e che spinta!, che gli permetterebbe di procedere nello spacco. Checco non la sente arrivare, è ancora sott’acqua, sono passati pochi secondi dal tiro anche se sembrano molti molti di più. Ma tira, tira ancora come un pazzo. Qualcosa deve cedere.

E qualcosa cede. Di colpo Checco capitombola indietro, per quanto lo si può fare sott’acqua, il carangide scompare tra la schiuma, arriva l’onda enorme, mi alza, la parte inferiore comincia a rallentare contro il fondale qui sotto, comincia a rovesciarsi. Checco emerge dove il frangente si sta formando, fortunatamente all’inizio della zona di schiuma, dove ancora qualcosa del fondale si vede e non si è persi e rovesciati in un universo bianco a rotoloni.

Nuota in fretta verso di me, poco più al largo. Non dice nulla, mi guarda e scuote la testa. Ha ancora il fiatone.

Tira la sagola, e l’asta dopo poco compare in superficie, piegata dalla cattiveria congiunta del pesce, delle rocce e delle onde. Per fortuna, spessa com’è, è facile appoggiarla su un ginocchio e raddrizzarla quasi perfettamente.

Ci penserà poi questa sera Barry a sistemarla, di fronte a noi ammirati, dopo aver estratto da qualche parte un martellone da fabbro, averla lasciata nel fuoco per una decina di minuti e averla raddrizzata a suon di sonore martellate contro una blocco di roccia corallina lì accanto.

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Riccardo A. Andreoli

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Contatto: Jimmy Muzzone

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